martedì 25 gennaio 2022

Dall’uguaglianza alla differenza

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Il valore dell’uguaglianza

Scaturito dalle riflessioni degli illuministi, il valore dell’uguaglianza è invocato con particolare passione nelle battaglie della borghesia rivoluzionaria, in opposizione ai privilegi di classe della nobiltà e del clero.

Da lì poi è confluito nelle costituzioni dei moderni Stati liberali, l’idea di uguaglianza è stata impugnata per combattere le discriminazioni attuate a danno dei soggetti sociali più deboli.

L’uguaglianza può essere intesa in due modi principali:

-       L’uguaglianza formale (= Prerogativa originaria da tutelare)

-       L’uguaglianza sostanziale (= condizione da promuovere concretamente)

L'uguaglianza formale, a norma del primo comma dell'art. 3 Cost., “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Lo Stato realizza l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini, nel modo che, ad esempio, tutti hanno il diritto di conseguire la laurea (uguaglianza formale), ma se un ragazzo si trova in una famiglia povera non può proseguire gli studi; lo Stato deve intervenire (con una borsa di studio) per rimuovere questo ostacolo, in modo da rendere sostanziale l'uguaglianza fra i cittadini.

 

Il valore della diversità

Se è vero che i cittadini sono tutti uguali dal punto di vista di ciò che lo Stato richiede e offre a loro, è anche vero che sono diverse le loro esigenze, e quindi le loro richieste nei confronti dello Stato stesso.

Il primo ambito in cui emerse questa “diversità” è quello della professione di fede. Si avvertì l’esigenza di tutelare la varietà delle confessioni e delle forme di culto, anche di quelle socialmente minoritarie.

La tolleranza, teorizzata da diversi intellettuali, tra questi John Locke (1632 – 1706) nel “Saggio sulla tolleranza” (1667) e nella “Lettera sulla tolleranza” (1689). Affermò che, nel disciplinare la vita sociale, la legge dello Stato deve arrestarsi di fronte a quelle sfere di pensiero e di attività in cui ogni persona può far valere le proprie preferenze e convinzioni: tali sono le decisioni della vita privata, ma anche le opinioni filosofiche e le pratiche religiose.

Il filosofo Voltaire (1694 – 1778) nel “Trattato sulla tolleranza” (1763) esorcizzò l’intolleranza come uno dei peggiori mali sociali, invitando a convivere in spirito di fraternità.

Tale diversità, anziché essere un fattore negativo o perturbante, poteva trasformarsi in strumento di confronto e di crescita.

 

Il Novecento: relativismo e movimenti sociali

Nel corso del XX secolo, è stata conferita all’idea di “diversità” una forza sempre maggiore:

-       La consapevolezza (relativismo) ha suggerito che la pluralità delle interpretazioni e dei linguaggi a cui la filosofia e la scienza si affidano è una caratteristica ineludibile di ogni rapporto dell’uomo con il mondo

-       Lo sviluppo delle scienze sociali ha reso coscienti di come la stessa realtà quotidiana sia il prodotto di costruzioni e pratiche simboliche che variano sensibilmente a seconda del contesto socioculturale in cui si vive

Il movimento femminista, nato con l’intento di emancipare le donne da uno stato di subordinazione giuridica e sociale, in un secondo momento è giunto a sottolineare positivamente e con forza la specificità della realtà femminile e ad additare nell’universo simbolico che caratterizza le donne un’alternativa all’ideologia patriarcale del mondo occidentale.

 

Il caso degli afroamericani

Nel movimento dei neri americani, nella sua lotta contro la discriminazione l’obiettivo di questo movimento era la conquista dei diritti civili. Il suo orizzonte teorico era perciò l’ideale dell’uguaglianza, come emerge dal suggestivo discorso “I have a dream” tenuto il 28 agosto 1963 da Martin Luther King (1929 – 1968).

Nel movimento dei neri americani maturò una nuova consapevolezza, ossia la necessità di combattere la discriminazione e il pregiudizio con strumenti socialmente dominanti e di recuperare quindi una propria identità etnica e culturale, sul piano linguistico come su quello delle tradizioni, delle usanze, delle pratiche sociali.

Racconta dei disperati sforzi da lui compiuti da ragazzino per rendere i propri cappelli simili a quelli dei coetanei bianchi, a tal punto da rifiutare perfino il proprio aspetto fisico.

Le ansie riflettevano probabilmente un atteggiamento che rimase a lungo diffuso in buona parte della popolazione afroamericana. Alcuni studi compiuti dallo statunitense Kenneth Clark (1914 – 2005) su un gruppo di bambini di colore. Ai bimbi venivano presentati diversi tipi di bambole, alcune bianche, altre nere. La maggior parte dei bambini preferiva giocare con le bambole bianche, ritenendole più belle.

 

 

 

Com’è stato letto il valore dell’uguaglianza nel corso della storia?

-       Il valore dell’uguaglianza è invocato con particolare passione nelle battaglie della borghesia rivoluzionaria, in opposizione ai privilegi di classe della nobiltà e del clero.

 

Quando la diversità comincia a diventare un valore e perché?

-       Si avvertì l’esigenza di tutelare la varietà delle confessioni e delle forme di culto, anche di quelle socialmente minoritarie.

 

In che modo i movimenti sociali del Novecento contribuiscono a connotare l’idea di diversità?

-       Il movimento femminista, nato con l’intento di emancipare le donne da uno stato di subordinazione giuridica e sociale, in un secondo momento è giunto a sottolineare positivamente e con forza la specificità della realtà femminile e ad additare nell’universo simbolico che caratterizza le donne un’alternativa all’ideologia patriarcale del mondo occidentale.

-       Nel movimento dei neri americani, nella sua lotta contro la discriminazione l’obiettivo di questo movimento era la conquista dei diritti civili. Il suo orizzonte teorico era perciò l’ideale dell’uguaglianza, come emerge dal suggestivo discorso “I have a dream” tenuto il 28 agosto 1963 da Martin Luther King.

lunedì 17 gennaio 2022

Disoccupazione, Il lato oscuro dello sviluppo




Argomenta a partire dal periodo pandemico come il mercato del lavoro, le politiche legate all’occupazione, le politiche economiche e la gestione della comunicazione ne ha risentito.

In particolare, secondo te, la comunicazione è stata appropriata, sia quella istituzionale sia quella dei mass media.

Il mercato del lavoro in che modo ha reagito e le politiche a livello nazionale europeo, anche internazionale, sono state adeguate?

Quali sono state le priorità della politica nel gestire i vari aspetti nel gestire questa emergenza, coincidono con quelli che secondo te dovrebbero essere?

            



 

Mercato di Lavoro

Il mercato del lavoro è per definizione un “insieme dei meccanismi che regolano il processo di incontro tra imprese che domandano lavoro e lavoratori che lo offrono…” (Definizione Treccani). 

 

In questo modo si determinando i livelli salariali e occupazionali. I servizi lavorativi rappresentano una merce, che può essere scambiata come le altre con una somma di denaro definita contrattualmente. Quindi il mercato del lavoro è uguale a quello in cui si scambiano altri beni e servizi, nel quale i venditori, rappresentati dai lavoratori, e gli acquirenti, cioè imprese e imprenditori, si incontrano in uno scambio del lavoro, cioè il prodotto. 

Il lavoratore, però, non vale come merce, in quanto mantiene la dignità umana e tali diritti inviolabili. L’operaio offre solo ed esclusivamente il suo servizio, la mano d’opera.

Il lavoro è differente, per molti aspetti, da tutte le altre merci e dagli altri fattori produttivi, perché il rapporto di impiego coinvolge i
n modo profondo l’individuo. La natura personale della prestazione lavorativa spiega perché la libertà di contrattazione delle parti sia limitata, in vario modo, da organizzazioni o da leggi, a tutela dei diritti della persona. In primo luogo, generalmente, i lavoratori non prestano la loro attività a giornata, ma con contratti a lungo termine e ciò rende differente il mercato rispetto a quelli con contrattazione competitiva a pronti. Tali contratti dovrebbero stabilire le combinazioni di salario e occupazione per ciascuno stato della natura, per esempio, per le diverse situazioni di recessione ed espansione. Tuttavia, per entrambe le parti la stipula comporta elementi di incertezza, che possono essere eliminati solo parzialmente dopo il perfezionamento del contratto stesso. L’avversione al rischio dei lavoratori implica che in alcuni casi vengano adottati contratti impliciti.

La produttività dipende anche dalla modalità con cui il rapporto di lavoro è strutturat
o, e in particolare dalla formula retributiva. I processi tecnologici e organizzativi non sono infatti così deterministici da togliere ogni autonomia al lavoratore. Uno degli aspetti della complessità della gestione delle risorse umane deriva dal fatto che l’informazione è imperfetta, per cui sia alcune caratteristiche intrinseche dei lavoratori, cioè le loro abilità, sia le loro attività non sono direttamente osservabili, né verificabili. Il mercato, quindi, spesso non opera secondo le leggi concorrenziali della domanda e dell’offerta, e sono le imperfezioni informative, il potere di mercato, le rigidità e le istituzioni a giocare un ruolo rilevante, spesso a impedire che la domanda eguagli l’offerta di lavoro, creando disoccupazione. Per esempio, i lavoratori sono spesso rappresentati dal sindacato che aumenta il potere contrattuale degli insider. Molti scambi tra loro e le imprese non avvengono direttamente sul mercato, ma sono mediati all’interno delle imprese, cioè hanno luogo nel cosiddetto mercato interno. 

Questo definisce le procedure utilizzate nell’azienda per muovere gli occupati da un posto a un altro e per stabilirne i percorsi di carriera. Le società possono acquistare le risorse umane di cui hanno bisogno ricorrendo al mercato esterno, eventualmente offrendo un salario più alto rispetto a quello dei concorrenti, oppure al mercato interno, coltivando la professionalità dei propri dipendenti, investendo nella loro formazione, e garantendosi, in questo modo, la disponibilità delle risorse umane di cui prevedono di avere bisogno.

 

Lavoro durante il Lockdown

Alcuni concetti ricorrenti in ambito lavorativo durante il cosiddetto lockdown avvenuto nel 2020 sono stati il “homeworking”, che si basava su un lavoro in remoto, da casa, la digitalizzazione dei mestieri, che permetteva un servizio anche a distanza, e il reskilling. Mentre gli altri aspetti verranno ripresi in seguito, ci concentriamo momentaneamente sul reskilling. È un percorso che permette all’individuo di reinventarsi in ambito lavorativo, studiando, aggiornandosi, dare un’occhiata a mestieri diversi e cambiare la propria carriera, oppure addirittura inventando nuovi mestieri. 

Nel dramma che non ha permesso a milioni di persone di lavorare, tanti lavoratori, impossibilitati a proseguire la loro normale attività, si sono ingegnati nelle settimane di quarantena per re-inventare il proprio mestiere oppure per impararne uno nuovo, da continuare poi anche a lockdown finito. 

In quarantena, diverse aziende e singoli professionisti hanno offerto anche gratuitamente i propri corsi di formazione online: cucina, social media, bricolage, persino finanza. Una buona occasione per chi di solito non ha tempo di cimentarsi con le proprie passioni extra-lavoro.

Un esempio direttamente da Bolzano, è il caso di Laura Fecchio, titolare di un centro estetico. Come molti altri, ha dovuto chiudere per mesi la sua attività.

Come mettere a frutto il tempo a disposizione allora? Con dei corsi di marketing online e per i social, che hanno permesso al suo centro estetico di svoltare ampliando di molto anche i servizi offerti: “Ho seguito un percorso di promozione digitale negli ultimi mesi e ho capito che quella era l’unica soluzione. Ovviamente non ho fatto tutto da sola, sono seguita da un’azienda specializzata. Riunioni, confronti e pianificazioni per capire come comportarci”. 


Per parecchio tempo Laura si è quindi dovuta confrontare con argomenti non suoi (la comunicazione sui social), ma che poi sono tornati utili per la sua attività: “Mi sono praticamente attaccata a telefono e computer otto ore al giorno”. E così i canali web del centro estetico non sono solo diventati un veicolo per l’e-commerce, ma profili interessanti anche per chi non necessariamente è intenzionato a comprare: “Non abbiamo smesso di parlare del lavoro nel centro, ma parlavamo anche di noi e di come stavamo vivendo quel periodo. Smorzando i drammi e cercando sorrisi”. 

(Dolomiti – 11 Settembre 2020)

 

Disoccupazione durante il lockdown

            Nella tradizione di pensiero classico-marxiana il mercato del lavoro è rappresentato come il punto di incontro fra la classe dei lavoratori, che non possiede i mezzi di produzione, e la classe dei capitalisti che invece controlla il processo produttivo. La disoccupazione ha luogo in assenza di questo accordo.

Il problema della disoccupazione, o, almeno, della ricerca delle possibili vie percorribili per ridurne l’entità e le cause, è stato sempre considerato uno dei temi centrali della politica economica.

            Concentrandosi sulla ricerca sui benefici del mondo reale si riconosce come la pandemia COVID-19 abbia esposto e fortemente inasprito le ingiustizie esistenti nel mercato del lavoro. Milioni di lavoratori hanno lavori precari che sono incerti nella continuità e la quantità di lavoro, non pagano un salario di sussistenza, non danno ai lavoratori il potere di sostenere le loro esigenze, o non forniscono l'accesso ai benefici di base. Il potere e il privilegio sono fattori determinanti di chi è a rischio per il lavoro precario, con le comunità storicamente emarginate essere sproporzionatamente vulnerabili a queste condizioni di lavoro. A loro volta, le persone con lavoro precario sperimentano stress cronico e incertezza, mettendoli a rischio per la salute mentale, fisica, e problemi relazionali. Questi fattori di rischio possono ulteriormente peggiorare gli effetti della crisi del COVID-19, esponendo contemporaneamente le ingiustizie che esistevano prima delle crisi.

       


     Inoltre, in una reazione a catena, le aziende si ritrovano nella posizione di non poter più mantenere un certo numero di dipendenti. Le persone, a causa delle giustificate restrizioni, non escono di casa, non fanno attività, non viaggiano, non consumano. Senza il consumo di beni e servizi, le aziende che producono quest’ultimi non ricavano un profitto, devono mettere in stand by la produzione o addirittura chiudere i battenti. I lavoratori, non potendo produrre, si ritrovano, sì, con un’occupazione, ma senza lavoro. Senza lavoro non può esserci una retribuzione in quanto nemmeno l’azienda può permettersi di pagare i suoi dipendenti in una fase di stallo. Ciò, oltre a causare disagi di vario genere, crea anche un alto tasso di povertà. Chi prima poteva vantare almeno la stabilità economica, ora non arriva a fine mese.

 

Distanziamento sociale

            Un effetto sociale ricorrente in periodo pandemico è l’asocialità dell’individuo. Non solo un senso di apatia ha accomunato molte persone durante la quarantena, ma l’assenza di rapporti sociali ha aumentato la difficoltà di molti a socializzare.

Nel mondo del lavoro, un fattore di fondamentale importanza è il contatto umano tra datore di lavoro, lavoratore, acquirente, in uno scambio sociale. Ecco, questo rapporto umano va a perdersi nella distanza causata dalle misure restrittive.

Il lavoro online non è un fenomeno nuovo e già il lavoro per telefono era stato criticato per la mancanza di empatia e relazione umana. Ma con la pandemia molti lavori sono stati digitalizzati e la distanza tra le persone è aumentata. 

A seguire una statistica prodotta dal politecnico di Milano e pubblicata da “La Repubblica”:


 

Si nota un alto tasso di lavoratori che lavorano da casa, il che crea una barriera non indifferente nei rapporti che si instaurerebbero tra i vari individui, creando un danno a livello umano.           

Il mercato del lavoro si è adeguato a questa situazione attraverso norme e sistemi avanzati per la realizzazione di un posto di lavoro adatto all’emergenza. Come diretta conseguenza è aumentato il lavoro complessivo nei vari ambiti lavorativi.

La comunicazione ha perso di qualità e quantità, in quanto si limita a videochiamate e social media. Questo ha un impatto molto forte sul livello di informazione e sulle informazioni false, che, in questo modo, hanno libertà di circolare indisturbate.

I flussi migratori del Novecento

 Unità 19 Pag. 553

La decolonizzazione

Nel corso del Novecento l’Europa, da terra di emigrazione, è diventata terra di immigrazione. Due eventi storici stanno alla base di questa trasformazione:

-       La decolonizzazione

-       La crisi dei regimi totalitari a ispirazione comunista

Il termine decolonizzazione indica il processo che ha investito i paesi afroasiatici, affrancati dal dominio politico ed economico degli Stati europei che li avevano occupati.

Il significato di questo fenomeno si basa ad un fatto avvenuto nella seconda metà del Novecento, quando molti Stati europei, mossi da fattori di natura economica e da motivazioni di ordine politico-ideologico, si avventurarono alla conquista del continente africano e quello asiatico.

La colonizzazione ebbe conseguenze dirompenti sui paesi occupati. La spartizione dei territori avvenne senza considerazione delle tradizioni culturali e linguistiche preesistenti, con l’effetto di creare conflitti. Non meno devastanti furono, per i paesi colonizzati, le conseguenze sul piano economico, poiché le attività primarie furono piegate alle esigenze degli Stati colonizzatori con la creazione dell’agricoltura e piantagione, finalizzata all’esportazione. Le manifatture locali, non reggendo l’industria occidentale, subirono una brusca battuta d’arresto.

Le popolazioni locali si trovarono a dover fronteggiare una situazione di precarietà generalizzata: la carenza di strutture necessarie per un reale sviluppo economico e la frequente instabilità politica, spesso culminante in vere e proprie guerre civili, innescarono flussi migratori verso l’Europa.

Inizialmente le mete furono i paesi dell’Europa nord-occidentale: Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna. Molte nazioni europee hanno cercato di porre un freno all’afflusso di immigranti. I flussi migratori non si sono affatto arrestati, ma hanno semplicemente mutato destinazione: Italia, Spagna, Portogallo. Lì lo sviluppo industriale e la carenza di manodopera locale in determinati settori richiedevano l’afflusso di lavoratori stranieri.

 

Il crollo del comunismo

L’altro evento decisivo per spiegare i flussi migratori è il crollo dei regimi totalitari di ispirazione comunista che governavano i paesi dell’Est europeo. Incapaci di realizzare concretamente gli ideali di uguaglianza e di giustizia sociale a cui ispiravano, e soprattutto di promuovere uno sviluppo economico, questi Stati sono giunti al termine della loro storia politica in un intervallo di tempo brevissimo.

I nuovi Stati nati dalle macerie dei vecchi totalitarismi hanno dovuto affrontare una pluralità di problemi. Al risveglio dei particolarismi locali, sfociati in guerre intestine, si sono aggiunte la precarietà delle neonate istituzioni democratiche e soprattutto la gravissima crisi economica: disoccupazione, mercato nero e inflazione.

L’emigrazione è apparsa a molti l’unica risorsa per cercare una vita migliore. Si sono ritrovati costretti a imboccare la strada dell’uscita clandestina dal proprio paese, finendo per trasformarsi in vittime di quanti hanno deciso di approfittare della situazione per arricchirsi.

 


La globalizzazione – persone e idee in movimento

Nella società industriale avanzata, la sempre più stretta interdipendenza economica, politica e culturale tra le varie parti del mondo favorisce una mobilità sul territorio che stimola la diffusione e la condivisione di consuetudini e conoscenze. Esiste una grande quantità di persone che si spostano per ragioni di tipo diverso: lavoro, studio, affari, svago.

Lo sviluppo dell’industria culturale, e in particolare dei mass media, produce un afflusso continuo e consistente di informazioni tra le diverse parti del mondo, il che richiede, per un suo svolgimento, un linguaggio comune e mette in contatto persone di varia appartenenza geografica, etnica e sociale, favorendo il diffondersi di pratiche e conoscenze nate in contesti culturali molto differenti.

 



 

In che modo avvennero gli incontri tra culture diverse nel mondo antico?

-       La causa dei mescolamenti e sovrapposizioni di popoli e civiltà nel corso dei secoli, con effetti socioculturali evidenti, che hanno avuto come risultato una apparente “cultura” unitaria, sono state continue invasioni, guerre movimenti di colonizzazione, ma anche attraverso il mercato, viaggi di esplorazione e scambio di beni culturali.

 

Perché la nascita dello Stato moderno contribuì alle dinamiche di scambio tra culture?

-       La formazione dello stato moderno ebbe inizio tra il Quattrocento e il Cinquecento e nacque dall’incontro di due poteri complementari:

o   L’accentramento del potere nelle mani del sovrano

o   La determinazione di confini territoriali precisi

Tutte le persone risiedevano in una porzione di spazio di spazio determinata, in cui si esercitava la sovranità del monarca.

Il processo di unificazione territoriale provocò il frequente accorpamento in un unico Stato di comunità diverse.

Le “culture” sono il prodotto di sintesi e sovrapposizioni tra mondi diversi, il cui incontro ha generato qualcosa di nuovo, o viceversa l’esito di una frammentazione di ciò che si presentava come una civiltà compatta e indifferenziata. Nessuna cultura immodificabile si trasforma e si modella in base alle esigenze della storia.

 

Quali sono i due eventi storici che stanno alla base dei flussi migratori del Novecento?

-       Le popolazioni locali si trovarono a dover fronteggiare una situazione di precarietà generalizzata: la carenza di strutture necessarie per un reale sviluppo economico e la frequente instabilità politica, spesso culminante in vere e proprie guerre civili, innescarono flussi migratori verso l’Europa.

-       L’altro evento decisivo per spiegare i flussi migratori è il crollo dei regimi totalitari di ispirazione comunista che governavano i paesi dell’Est europeo. Incapaci di realizzare concretamente gli ideali di uguaglianza e di giustizia sociale a cui ispiravano, e soprattutto di promuovere uno sviluppo economico, questi Stati sono giunti al termine della loro storia politica in un intervallo di tempo brevissimo.

Multiculturalità

Unità 19 Pag. 548

 

Incontro delle culture del mondo antico

La causa dei mescolamenti e sovrapposizioni di popoli e civiltà nel corso dei secoli, con effetti socioculturali evidenti, che hanno avuto come risultato una apparente “cultura” unitaria, sono state continue invasioni, guerre movimenti di colonizzazione, ma anche attraverso il mercato, viaggi di esplorazione e scambio di beni culturali. Alcuni esempi potrebbero essere i culti e miti della civiltà della Grecia antica, oppure l’impero persiano, che unificò popolazioni geograficamente e culturalmente distanti. 

Alessandro Magno (356 – 323 a.C.) 

proseguì una politica di sintesi e di scambio tra le varie culture, ad esempio incoraggiando matrimoni misti e preservando e tutelando la cultura dei popoli sottomessi. I popoli vinti, infatti, operarono una sorta di “colonizzazione culturale” nei confronti dei loro conquistatori. La Grecia introdusse nella cultura latina importanti mutamenti a livello di consuetudini, modelli di vita, valori.

La cultura meridionale dell’Europa è caratterizzata dai simboli e valori incarnati dal cristianesimo e l’eredità filosofica del mondo classico, greco in particolare.

 

Gli effetti dello stato moderno

La formazione dello stato moderno ebbe inizio tra il Quattrocento e il Cinquecento e nacque dall’incontro di due poteri complementari:

-       L’accentramento del potere nelle mani del sovrano

-       La determinazione di confini territoriali precisi

Tutte le persone risiedevano in una porzione di spazio di spazio determinata, in cui si esercitava la sovranità del monarca.


Il processo di unificazione territoriale provocò il frequente accorpamento in un unico Stato di comunità diverse.

Le “culture” sono il prodotto di sintesi e sovrapposizioni tra mondi diversi, il cui incontro ha generato qualcosa di nuovo, o viceversa l’esito di una frammentazione di ciò che si presentava come una civiltà compatta e indifferenziata. Nessuna cultura immodificabile si trasforma e si modella in base alle esigenze della storia.

 

Gli effetti della colonizzazione

In seguito alle scoperte geografiche e alle navigazioni transoceaniche iniziò il fenomeno della colonizzazione, cioè l’occupazione, a scopo di popolamento o di sfruttamento economico, delle “nuove” terre da parte dei popoli “scopritori”.

Gli spagnoli e i portoghesi con il trattato di Tordesillas (1496) si spartirono il controllo del cosiddetto “Nuovo Mondo”.

Le masse indigene furono sottomesse e costrette a lavorare per i nuovi dominatori.

Nel corso del Seicento anche gli olandesi, gli inglesi e i francesi cominciarono a insediarsi cominciarono a insediarsi sui territori americani centro-settentrionali: in questio caso la colonizzazione fu il risultato di diversi fattori, di natura non solo economica, ma anche, in particolare per gli inglesi, politica e religiosa.

La nascita degli Stati Uniti d’America, avvenuta nel 1783, portò ad una penetrazione verso ovest, massacrando le popolazioni native e procedendo con ulteriori ondate migratorie provenienti dall’Europa.

Nel 1921 il governo statunitense promulgò l’Immigration Act, la prima legge destinata a regolamentare l’afflusso di stranieri.

Un ultimo fattore che incise molto sulla fisionomia sociale e culturale del Nuovo Mondo fu la tratta dei neri, che a partire dal Cinquecento trasportò dal continente africano milioni di individui, destinati a lavorare come schiavi nelle piantagioni e nelle miniere.



Globalizzazione politica

Unità 17 Pag. 494

Lo spazio transnazionale

La storia dell’età moderna ha avuto come protagonisti gli Stati nazionali. Nel mondo globalizzato ovviamente gli Stati continuano a esistere, ma la loro presenza è “temperata” da una serie di fenomeni in grado di ridimensionarne il ruolo di attori principali sulla scena mondiale.
La presa di coscienza di tali questioni, maturata progressivamente nel corso degli ultimi decenni, ha favorito il sorgere di organizzazioni internazionali deputate ad affrontarle.

Tra queste occorre innanzitutto ricordare l’ONU istituita già nel 1945, con agenzie specializzate, la banca mondiale, che concede prestiti agli Stati per favorirne lo sviluppo sociale.

Negli ultimi decenni si sono moltiplicate a livello internazionale le occasioni di incontro e di dialogo tra i diversi Stati per discutere i principali problemi ambientali, demografici, economici e sociali che affliggono il mondo e di presentare concrete proposte di intervento in merito.

Questi convegni sono stati inaugurati dal Summit della Terra, tenutosi a Rio de Janeiro nel giugno 1992, e poi riproposti annualmente nella forma delle cosiddette Conferenze delle Parti, da cui sono uscite dichiarazioni importanti come il noto Protocollo di Kyoto (1997) o i recenti accordi di Cancún (dicembre 2010), che hanno impegnato i diversi governi a ridurre le emissioni di gas nocivi.

Accanto agli organismi istituzionali, esistono poi le ONG, enti privati che si occupano di aiuti umanitari e di progetti di cooperazione e sviluppo.

 

Democrazia esportata

Da un punto di vista politico, il XX secolo è stato caratterizzato dall’affermazione, del mondo occidentale della democrazia.

Negli ultimi 30 anni si è registrato un fenomeno importante: dall’Occidente la democrazia si è estesa a un numero significativo di altri paesi.

Permettendo che i processi di democratizzazione hanno conosciuto percorsi differenti nei vari paesi, e che pertanto è impossibile individuare un’unica linea evolutiva, è indubbio che le trasformazioni in senso democratico di molti Stati siano il prodotto di due tendenze complementari: una endogena ed una esogena.

Questa serie di iniziative ha fatto recentemente parlare di esportazione della democrazia, e ha fatto nascere molti interrogativi in merito.

Al di là di questi ragionevoli dubbi, è comunque un fatto che alla crescita su scala mondiale della democrazia abbiano contribuito, come abbiamo detto, anche spinte autonome, favorite, secondo il politologo statunitense Samuel Huntington (1927 – 2008), da alcuni fattori importanti:

-       La crescita economica

-       La crisi delle ideologie

-       Il ruolo di appoggio

-       Un “effetto domino” creato dai mezzi di comunicazione di massa

L’aspetto paradossale di questo fenomeno è che, mentre nel mondo si diffonde la democrazia, in seno ai governi democratici di antica data essa diventa oggetto di un crescente scetticismo e disinteresse.

Globalizzazione Economica

Unità 17 Pag. 491



La “globalizzazione commerciale” è un’espansione da livello mondiale della distribuzione dei prodotti, soprattutto negli ultimi decenni del XX secolo. Protagoniste di questa tendenza sono le multinazionali, o transnazionali, ossia quelle imprese che possiedono o controllano attività di produzione di beni o servizi in vari paesi del mondo. Le prime multinazionali hanno fatto la loro comparsa già nella prima metà del Novecento.

L’affermazione decisiva di queste imprese si è registrata, però, solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Le società multinazionali operano in tutti i settori dell’economia mondiale, dalle attività estrattive, ai vari rami dell’industria, ai servizi.

La maggior parte delle multinazionali si è costruita in occidente e nei paesi più industrializzati, ma ai tempi recenti è cresciuta notevolmente la loro presenza anche in Oriente, in particolare in Cina.

 

La delocalizzazione

Un fenomeno caratteristico dell’economia globalizzata è la delocalizzazione. Con questo termine si indica la tendenza a trasferire determinati segmenti della loro attività produttiva in paesi diversi da quello di origine, nei quali esistono condizioni economicamente più vantaggiose.

Nell’attuale panorama mondiale, le aree in cui preferenzialmente si indirizzano i processi di delocalizzazione sono soprattutto i paesi in via di sviluppo e gli Stati dell’Europa orientale.

La delocalizzazione della produzione modifica profondamente la tradizionale divisione internazionale del lavoro, che la civiltà occidentale industrializzata aveva imposto al resto del mondo durante l’età coloniale: non più Stati che producono beni e altri che forniscono le materie prime, ma una rete trasversale di sistemi produttivi, in cui le diverse attività sono collocabili teoricamente ovunque, purché sia conveniente.

 

La delocalizzazione può avere effetti benefici, in quanto permette all’impresa di contenere i prezzi di vendita ed essere perciò più competitiva sul mercato. Essa crea opportunità di lavoro nel paese di destinazione. 

Ma la delocalizzazione porta con sé anche effetti negativi. La delocalizzazione si traduce anche quasi sempre nella disponibilità ad accettare le condizioni di lavoro estreme o vere e proprie situazioni di sfruttamento. La minaccia della delocalizzazione può spingere i lavoratori, anche in Occidente ad accettare condizioni contrattuali altrimenti ritenute inaccettabili.

 

La mondializzazione dei mercati finanziari

Un altro imponente mercato mondiale è quello finanziario, caratterizzato dalla circolazione di capitali investiti nella compravendita di valori mobiliari. I luoghi di queste transizioni sono le borse valori presenti in tutto il mondo che, collegate telematicamente tra loro in tempo reale, funzionano per l’appunto come un mercato unico.

Il mercato finanziario è caratterizzato dalla mole impressionante dei capitali che può muovere e dalla rapidità estrema delle operazioni.

Un meccanismo tipico che caratterizza il mercato finanziario è la speculazione, cioè la presenza di trattative di acquisto e di vendita al solo scopo di far oscillare il valore dei titoli oggetto di negoziazione e di ricavare da questo un possibile un possibile utile.

Il mercato finanziario è formato da una grande circolazione di denaro, ma conferisce ai titoli stessi un valore del tutto fittizio.

Il carattere aleatorio di queste espone il mercato finanziario a costanti rischi di crollo, capaci di avere effetti devastanti su scala mondiale.

Globalizzazione – villaggio globale

Unità 17 Pag. 488


Termini del problema

La parola “Globalizzazione” è entrata solo di recente nel lessico delle scienze umane. Questo termine, pressoché sconosciuto fino agli anni Ottanta nel Novecento, ha registrato una rapida diffusione a partire dal decennio successivo.

L’economista Robert Boyer (1943) la definisce una “parola feticcio”. Il termine si presenta carico di giudizi di valore, positivi o negativi che siano: se per alcuni evoca nuovi e promettenti scenari in campo economico, sociale e culturale, per altri si associa inesorabilmente a fenomeni deprecabili quali l’imperialismo economico, la debolezza politica degli Stati nazionali.

La globalizzazione si può riassumere nell’insieme dei processi di varia natura che tendono ad accorciare le distanze e a unificare il mondo attraverso sistemi specializzati di portata mondiale.

 


Radici antiche e moderne

Gli effetti della globalizzazione sono evidenti su scala mondiale da circa 20 anni, ma i processi storici di riduzione delle distanze e di unificazione politica e culturale di civiltà diverse non sono novità nella storia universale.

L’attuale globalizzazione si differenzia per le dimensioni planetarie.

Le radici della globalizzazione attuale affondano nelle trasformazioni economiche sociali dell’epoca moderna, delineate dal “Manifesto del partito comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels, pubblicato a Londra nel febbraio del 1848.

In questo brano Marx ed Engels colgono “profeticamente” alcuni caratteri economici e culturali della globalizzazione, in particolare l’indipendenza, la crisi degli Stati nazionali, il mercato globale.

 

Il villaggio globale

Lo sviluppo dei processi di globalizzazione ha presupposto alcuni eventi storici che si possono sintetizzare nel modo seguente:

- La fine della contrapposizione politica del mondo in due blocchi Stati Uniti e unione Sovietica e la fine del clima di guerra fredda

- La terza rivoluzione industriale, che si colloca storicamente nella seconda metà del Novecento, le cui caratteristiche principali sono: la nascita di nuovi settori produttivi, l’applicazione dell’informatica al settore secondario e terziario

- L’evoluzione dei trasporti e delle communicazioni

Il mondo diventa, secondo la celebre espressione utilizzata dal sociologo canadese Marshall McLuhan (1911 – 1980), un villaggio globale in cui la tecnologia concentra idealmente tutti i luoghi e gli individui del pianeta in un’unica dimensione spazio-temporale.


I diversi volti della globalizzazione

Una questione che divide gli studiosi è se considerare la globalizzazione un fenomeno unitari o una pluralità di ambiti diversi e irriducibili. Possiamo tuttavia individuale alcuni settori in cui il processo di globalizzazione ha mostrato i suoi effetti, ossia l’economia, la politica e la cultura.

Stato moderno

Pag. 460   L’attributo fondamentale dello Stato moderno è la sua sovranità: con il termine si indica un potere sommo, da cui derivano tutti ...